Cosa le porto signora?

Che poi, dico, che ne è rimasto di tutto quel da fare che mi davo?
Partorita Buddha mi trasformo nel giro di poco in ape operosa.
A un anno grido, a due anni cammino e grido, a tre anni cammino grido e cucino, in cortile, vicino al lavandino di marmo grigio che non usa nessuno: un getto d’acqua gialla che segna il confine tra la proprietà dei miei e la catapecchia del signor Vincenzo, meridionale, “non gli dare confidenza che no savemo de ci l’è fiol”, diceva mia madre, la Giuseppina.
Con il tempo accumulai un bel set di pentoline di metallo: due padelle, una casseruola con i manici corti, un piccolo paiolo in rame, tre forchette grandi della nonna Amalia, quattro vecchi piattini da caffè , qualche tazzina in stile Faenza ma di plastica, un coperchio.
Ingredienti: acqua gialla dall’odore di ferro, terriccio, sassi grandi (la carne), sassi piccoli (le verdure), una fornitura di penne rigate della nonna Teresa.
Più che altro mescolavo polente di sabbia, ricevevo ospiti immaginari, invitavo la Loretta a bere il caffè, ma non veniva sempre, a sua madre non poteva dire che ci vedevamo, credo che fosse per la questione che sono mezza zingara, e mia mamma non voleva che andassi a casa sua per la questione che era una testimone di Geova e non fa le trasfusioni, perciò, io e la Loretta ci vedevamo di nascosto, alla fine del cortile, più vicino a casa del Signor Vincenzo che alle nostre.
Cucinavo cucinavo, passavo giornate intere a saziare plotoni di ospiti inesistenti.
Primo – secondo – dolce anche a merenda e a colazione, gestivo il mio lavoro e quello dell’aiuto cuoco che chiamavo a volte Bibi a volte Ei: “ Ei muoviti, c’è pieno di gente…guarda che poi ci sgridano!”
Ogni giorno ridisegnavo l’insegna, usavo un mozzicone di colore di cera blu e dei fogli di fax usati che portava a casa la mamma dagli uffici che puliva la mattina presto: “RISTORANTE”.
Avevo un grembiulino rosso con i fiori rosa, mia madre mi rimproverava di sporcare anche quello. Mamma dai è un gioco, pensavo, poi mi sono convinta che rimproverarmi fosse il suo gioco. Mi diceva: – perchè non giochi a lavare?
- Non lo so, non mi piace, dicevo, mi fa sentire sola, pensavo. Anche adesso mi sento sola mentre pulisco casa.
D’estate, durante le vacanze, iniziavo a cucinare la mattina appena sveglia e finivo la sera prima di cena.
Una volta ho trovato dei fagioli secchi a casa di zia Linda, li teneva in un barattolo di vetro molto in alto in cucina, avevano un colore bellissimo, quello della pelle, erano grandi, in mano ne riuscivo a stringere al massimo quattro, sembravano cuccioli di qualcosa.
Zia disse: ghe ne vuto?
Io annuii lentamente con la testa, ma tenendo gli occhi sgranati.
Zia si asciugò velocemente le mani sul grembiule, allungò il braccio verso il barattolo, mentre lo afferrava si faceva più grande, una gigantessa al profumo di ragù. Ero tesa, speravo che facesse presto perchè la mamma non voleva che usassi il cibo vero per le mie “monade”.
Ne prese una manciata e me li infilò svelta nella tasca dei pantaloncini.
– Grazie, le dissi.
Con quelli cucinai per giorni, ne tenni a parte solo due con cui feci una collana. Loretta i fagioli non li mangia perchè le fanno fare le scoregge, ma le collane le mette eccome.
Odiavo i piatti freddi, mi ero specializzata in stufati di pietre e zuppe di fango, le cuocevo lentamente su dei fornelli a forma di mattone, ne avevo due: uno lo chiamavo fuoco fuoco e l’altro fuoco piccolo…non puoi cucinare l’arrosto sul fuoco fuoco, si brucia.
Tenevo le mani così tanto nell’acqua che, già a metà mattina i miei polpastrelli sembravano uvetta dimenticata al sole.
Ogni tanto il Signor Vincenzo faceva avanti e indietro, portava fuori casa dei grandi sacchi di plastica verde chiaro, dovevano essere pesanti perchè camminava dondolando, non so che ci tenesse, io non gli potevo parlare, e credo che neanche lui potesse perchè non mi rivolgeva mai la parola, solo una volta, passando accanto al lavandino di marmo disse: “ cu ‘e chi staje parlann?”, non ho risposto, e comunque non lo capivo.
Una volta Loretta portò delle frittelle vere, io preparai il caffè d’acqua di ferro, chiusi il ristorante e mangiammo con calma sedute al tavolo più grande, quello fatto con una cassetta da pesche. Mi raccontò che la sera prima, a sua sorella Stefania l’avevano portata all’ospedale, che era incinta e suo padre l’aveva menata di brutto.
- Porco can, dissi e aggiunsi, ma sei incinta anche tu?
- Non lo so, rispose alzando le spalle, speriamo di no, aggiunse.
- Speriamo di no, dissi anche io. Finimmo le frittelle.
Mia mamma aveva paura delle persone, erano pericolose: Vincenzo, i testimoni di Geova e anche Don Paolo. Non parlava con loro e non dovevo farlo neanche io. Se lo facevo, prima me le dava, poi smetteva di parlarmi per qualche giorno, immagino che fosse perchè anche io, in quel tempo, diventavo pericolosa.
Alla fine dell’estate nacque mio fratello e io smisi di cucinare.
Un pomeriggio d’Ottobre ciondolavo in cortile dopo la scuola, vidi il signor Vincenzo attraversare il viottolo, mia madre era lontana, allattava mio fratello nella camera con il lettone. Lo salutai con un ciao, mezzo sorriso e gli occhi bassi.
Il Signor Vincenzo continuò a camminare piano, si fermò in piedi difronte a me, appoggiò un sacco verde sulle piastrelle di cemento, portò le mani alla cintura e disse:
- E nun cucine cchiù? Alzai gli occhi e il naso, e allora aggiunse: – non cucini più?
- No, ho chiuso il ristorante. Risposi
- E pecchè? Disse lui quasi preoccupato
- Non vengono più i clienti. Dissi
Allora il Signor Vincenzo si guardò intorno e poi aggiunse: – nu cafè me lo fai?
- Non posso, non so di chi sei figlio
- Sono figlio di Giuseppina, pecchè?
- Coosaaaah? Dissi alzando le mani – anche io ho una mamma Giuseppina!
- Ah davero? Disse Vincenzo – me lo fai sto cafè?
Preparai così il mio ultimo caffè d’acqua di ferro.
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